Il Pd dal ponentino alla tramontana

Torna Aria Sottile, dopo mesi di felice assenza per svezzamento prole, al fine di invocare una preghiera per il Pd alle prese con l’addio di Matteo Renzi ed il sostegno al governo Monti bis. Non si tratta di un refuso, quanto della effettiva funzione dell’esecutivo giallorosso di Giuseppe Conte, altrimenti detto del Presidente. Sergio Mattarella, come prima di lui Giorgio Napolitano, è stato costretto a porre rimedio ad una prima parte della legislatura che ha accentuato la recessione, dissestato ulteriormente i conti pubblici, alienato la fiducia dell’Europa, fortemente irritato i soci sovventori. Al secolo Angela Merkel e Mario Draghi, ex governatore della Banca d’Italia al tempo di sette dissesti bancari e guardato dal Pd con un misto di riverenza notabilare e di subalternità culturale. In ogni caso meglio loro di Putin o di Trump verso i quali sono indirizzate le genuflessioni sovraniste di Matteo Salvini. Il Pd è in piena crisi di classe dirigente a tutti livelli. Come ha fatto notare Marco Damilano su L’Espresso le più alte cariche del Pd a livello continentale sono ricoperte da due esponenti, di tutto rispetto, che persero le primarie per la candidatura a sindaco di Roma del 7 Aprile 2013 nelle quali si impose Ignazio Marino. David Sassoli arrivò secondo, Paolo Gentiloni addirittura terzo. Se prima il referendum costituzionale del 2016 e poi il risultato delle elezioni politiche del 2018 hanno decretato la fine del Pdr (Partito di Renzi) oggi abbiamo un altro Pdr (Partito di Roma). Non a caso uno dei punti rilevanti dell’agenda del governo Conte è costituito dagli aiuti per la capitale. Mentre, parafrasando il titolo del film di Francesco Nuti, a nord di Paperino, frazione del Comune di Prato, la rappresentanza del Pd è più rarefatta della nebbia. Con le legioni nordiste che ingrossano le truppe di Matteo Salvini nelle aree più produttive del paese e che mal potranno tollerare ulteriori inasprimenti fiscali. Tutto ciò premesso però il deliberato di questi pensieri non può che essere un convinto sostegno al Pd,  i cui valori fondativi rimangono sia attuali che di proiezione futura,  con la forza e le sofferenze degli altri grandi partiti della sinistra europea come la Spd o il Labour Party. L’uscita di Matteo Renzi – alla prese con il suo fallimento personale per non aver rinnovato il Pd e rottamato se stesso – non autorizza nessuno ad esultare né a restringere le culture politiche e la rappresentanza del Pd che deve essere una forza di centrosinistra, di vocazione europeista di laici e cattolici, di ambientalisti, di impegno per i diritti civili e per le grandi battaglie per il futuro del pianeta. Oggi il percolo più che un ritorno ai Ds sembra quello di uno scivolamento al Circo Massimo di Sergio Cofferati del 2003. Con l’uscita di Renzi il perimetro del PD di oggi finisce per coincidere con quello, assai asfittico, della corrente del segretario Nicola Zingaretti al quale però non fa difetto né l’impegno né la consapevolezza della necessità di una svolta. Che dovrebbe comprendere anche il modello di partito. Più che un partito sbagliato – titolo del bel libro dell’ottimo Antonio Floridia che Polis presenterà il prossimo 30 Settembre – il Pd è per me una grande, insostituibile idea, mal realizzata e che ha tutti i difetti descritti nel succitato libro. La scommessa sta nel fatto che il Pd sia riformabile. Su questo e su quanto accade a livello locale torneremo a scrivere. Per il momento quello che conta è che del Pd non possono fare a meno gli elettori di centrosinistra e di conseguenza la democrazia rappresentativa. Dunque come dice Zingaretti il Pd deve garantire massimo impegno nel governo e altrettanto della dimensione del partito. In conclusione a ridatece er Pd, che starebbe meglio se esposto alla sferzate della tramontana  piuttosto che nascosto sotto la bonaccia del ponentino delle correnti romane.