Il Pd non ha fatto i conti con la storia. Ma la storia ha presentato il conto al Pd

La bruciante, ma non di certo inaspettata, sconfitta di Bruno Valentini, in primis, e del centrosinistra trova anche parte delle sue motivazioni negli ultimi trent’anni di vita politica e sociale cittadina, dei quali però gli ultimi cinque sono stati un formidabile acceleratore verso l’alternanza. La città di Siena ha dato il suo nome alla provincia più rossa d’Italia, ma non ha mai visto il Pci raggiungere le percentuali dei comuni della provincia. Tanto che solo brevi stagioni di sindaci comunisti (Ilio Bocci, Fazio Fabbrini, Luciano Mencaraglia, Pierluigi Piccini per pochi mesi) hanno intervallato ben più lunghi periodi a guida socialista. Fu il cosiddetto processo di inurbamento, che nel secondo dopoguerra prese le mosse dalle campagne, ad innestare nel tessuto cittadino, fin lì a prevalenza borghese, quei ceti popolari che provenivano dai comuni limitrofi e che votavano comunista. Gli effetti di Tangentopoli che cancellarono la Dc ed il PSI, l’introduzione nel 1993 della legge per l’elezione diretta del sindaco con i suoi effetti maggioritari, hanno offerto al centrosinistra una rappresentanza politica probabilmente più larga di quella sociale. La crisi della Banca Mps, con tutti i suoi effetti sia economici che morali, ha incrinato questo consenso non solo a causa degli errori che l’hanno determinata ma anche per la totale e colpevole mancanza di autocritica della classe dirigente del Pd e non solo. A parte – sia consentita l’autocitazione- il sottoscritto e pochi altri che non solo si sono assunti le proprie responsabilità ma che ne hanno anche tratto le conseguenze lasciando ogni incarico pubblico, non prima di aver comunque compiuto atti di netta discontinuità. Un ruolo, non marginale, lo ha anche avuto la narrazione dominante che ha accentuato le colpe del PD locale sia per salvaguardare i veri centri di potere dell’Italia degli 8 dissesti bancari, dei quali 7 non a Siena, che per disperdere quanto rimasto del gruppo dirigente ex comunista, quale rivincita di Tangentopoli. A partire dal maggio 2013 – elezione di Bruno Valentini sindaco di Siena – e dal dicembre dello stesso anno – affermazione di Renzi nelle primarie nazionali – il Pd senese trova nuovi protagonisti proprio in Bruno Valentini e Stefano Scaramelli, il cui continuo scontro di potere – con tanti selfie e poche idee- ha frantumato ed indebolito il partito. Gli stessi hanno cavalcato ed esasperato quella narrazione nell’illusione di ricavarne vantaggio politico personale e finendo invece per preparare il terreno al centrodestra. La breve e contorta stagione di Simone Vigni segretario – che io non ho votato – non basta a spiegare le ragioni di una sconfitta storica, né si può rimanere silenti di fronte alla contraffazione della vicenda elettorale che operano Valentini & C. trasponendo i gravi errori della segreteria Vigni su tutto il Pd cittadino. Per di più senza un minimo di autocritica sulla gestione della campagna elettorale e con toni, allucinogeni, da #Valentinisindaco2023. E’ doveroso rammentare come nel Pd, oltre al sottoscritto, molti altri esponenti siano andati in “aspettativa” dalle rispettive convinzioni per onorare la propria appartenenza ad un partito e ad una comunità. Altrettanta lealtà verso il partito non c’è stata da parte di chi non ha accettato la candidatura di Bruno Valentini. Le colpevoli fughe dal Pd però non sono tutte uguali perché c’è chi ci ha messo la faccia e chi ha mandato avanti le controfigure. Sin dalla scorsa estate in molti avevano proposto di aprire una stagione di rinnovamento con una candidatura civica, ma Bruno Valentini e la parte più retriva del Pd si sono abbarbicati alla sua candidatura. Per non parlare di come il Tandem ex Fisac, Piccini-(Valentini) ha maldestramente gestito un apparentamento che, da necessario ed utile, si è trasformato in boomerang per la torsione asfittica, di potere e revanscista che ha subito con tanto di ritorno ai fantasmi del 2001. In definitiva, in questi cinque anni di Sindaco, Valentini ha visto diminuire il suo consenso, la città è rimasta divisa in due, il Pd si è lacerato, non solo per lui ma anche a causa sua, ed altrettanta sorte è toccata al centrosinistra. Certo i destini del Pd non si sono compiuti solo a Siena. La sinistra europea è al minimo storico: il partito socialista francese alle presidenziali ha preso il 6% e per la prima volta, nella Francia repubblicana, è stato escluso dal ballottaggio. La Spd si è fermata al 20 %, i laburisti inglesi sono all’opposizione. La globalizzazione ha spostato tutti gli equilibri della vecchia rappresentanza. Ha premiato chi conosce le lingue, chi ha potere di acquisto e può usare l’e-commerce, chi può viaggiare e cambiare lavoro, chi ritiene che l’integrazione di razze e culture sia inevitabile. Ha penalizzato chi ha perso il lavoro per una delocalizzazione produttiva, chi ha visto diminuire la sicurezza nel suo quartiere. Ha spaventato chi non vuole integrarsi ed ha timore di perdere il lavoro, chi vive con una pensione al minimo, chi è costretto ad usare i risparmi per assistere un familiare anziano. I primi sono rimasti a sinistra, i secondi sono andati alla ricerca di risposte più rassicuranti, attratti dal cinismo di Salvini. Per parlare a loro ci vuole un progetto di società che sappia includerli e farli sentire partecipi di una nuova stagione della storia d’Italia e d’Europa. Il Pd è un partito di centrosinistra più ricco di culture rispetto alla tradizionale sinistra socialista europea. Un patrimonio che deve essere rilanciato e riportato tra la sua gente. A Siena dovrà misurarsi con il ruolo di opposizione con rigore, serietà e dedizione. Il 2023 è lontano ma per agire ogni giorno con passione e determinazione serve avere in testa una prospettiva. E la generosità per  prima assumersi tutti la responsabilità di una sconfitta e poi per aprire la porte ad una nuova generazione. Ma chi l’ha preceduta dovrebbe anzitutto riconciliarsi con la sua storia per ritrovare un senso di comunità. Il contrario dell’ordalia verbale sui social che è la rappresentazione di vacuità e vanità con la quale qualcuno continua ad approcciarsi alla politica. I veri leader, prima di tutto, si assumono la responsabilità della sconfitta. Era alle elementari che si diceva alla maestra: “è stato lui”.