Tributo (in libertà) al Mundial del 1982


Sono tante le immagini che ancora oggi mettono i brividi di quel Mundial vittorioso del 1982. L’urlo di Marco Tardelli dopo il secondo gol alla Germania Ovest: un sinistro angolato e potente su sontuoso assist di Gaetano Scirea. Sandro Pertini che si alza in piedi dopo il terzo gol di Altobelli ed esulta gesticolando per significare che ora non ci riprenderete più. L’arbitro Paulo Coelho che raccoglie la palla e fischia la fine. Sono gli istanti in cui il mai troppo compianto Nando Martellini, degno erede di Nicoló Carosio altro storico narratore di partite, pronunciò per tre volte che eravamo campioni del mondo. Quarantaquattro anni dopo la conquista della Coppa Rimet, in quel di Parigi, ad opera della nazionale guidata da Vittorio Pozzo. Dino Zoff che a braccia protese alza la Coppa Fifa al cielo nel tripudio di bandiere italiane che sventolano al Santiago Bernabeu. L’indomani la mitica partita a scopone nella quale la coppia Causio-Bearzot prevalse su quella Pertini-Zoff nell’aereo presidenziale che riportava in Italia i campioni del mondo. Pertini si arrabbiò moltissimo perché venne spiazzato da una finta di Causio che calò un sette che non fu preso dal Presidente, mossa che consentì a Bearzot di riportare il sette bello. Il mio modesto tributo in libertà a quella storica impresa, che rimane un ricordo indelebile per la mia generazione, si concentra su quel tavolo di carte. Un ligure irruento ed irascibile, due friulani ombrosi e taciturni, un fantasista pugliese,  non a caso soprannominato il Barone. Sandro Pertini, partigiano combattente, fu il primo Presidente della Repubblica ad uscire dai canoni del distacco quirinalizio che fino al 1978 aveva caratterizzato il rapporto con gli italiani. La sua presenza nei luoghi del terremoto dell’Irpinia, la sua reprimenda in diretta televisiva al ritardo dei soccorsi che ebbe come effetto la mobilitazione di centinaia di volontari; l’arrivo a Vermicino per seguire i soccorsi vicino al pozzo in cui cadde e perse la vita il povero Afredino Rampi; l’ultimo saluto a Enrico Berlinguer con la testa china sulla bara nella profonda commozione del popolo comunista. Ebbe il merito di dare un’anima ad una istituzione fin lì mai o poco presente nella vita di tutti i giorni. Enzo Bearzot, detto il “vecio”, ostinato commissario tecnico che alla durissime critiche della stampa italiana, alle offese di chi come Gigi Sabani lo paragonò ad una scimmia, rispose con la coerenza e la difesa del suo gruppo. Fu il primo che inventò il silenzio stampa, una scelta che fortifico la coesione degli azzurri e li portò alla conquista del titolo. Tenne duro su Zoff, nonostante fosse dato per finito dopo il mondiale di Argentina ed i gol presi da lontano, come su Paolo Rossi coinvolto nello scandalo del calcio scommesse. Dino Zoff rappresenta la leadership silenziosa, un carisma moderato ma forte e affidabile. Quando morí Enzo Bearzot Zoff espresse il rammarico di non avergli manifestato il suo affetto per quella sorta di riserbo che trattiene tutti i suoi conterranei. Infine Franco Causio:estro e fantasia. L’ala destra che faceva impazzire i terzini con i dribbling ai quali facevano seguito cross precisi per gli attaccanti, solo da inzuccare e mandare in porta. Famosi e numerosi sono i gol di testa che grazie a Causio realizzò Roberto Bettega. Quattro uomini, quattro storie, tre terre di origine, generazioni diverse che raccontano un’Italia che non c’è più. Ma di quelle virtù ci sarebbe ancora tanto bisogno: senso dello Stato e carica di forte idealità nella politica, sobrietà, serietà, coerenza, lealtà e senso del dovere nel lavoro, fantasia ed eleganza nella vita. Stile. Ecco perché su quel tavolo c’era molto di più di una partita a carte. Personalità positive e valori inossidabili che rendono quella vittoria ancora più bella da ricordare.